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PERUGIA 2005 NEWS

Notizie a cura del periodico sportivo 'Perugia 2005' (aut. Trib. di Perugia n. 21/2005 R.P. del 19/09/2005)

 

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27/04/2026 - 13:58
L’ANGOLO DEL DOPO FORLÌ – PERUGIA: SALVEZZA SÌ, MA CHE STAGIONE DISASTROSA. PER RIPARTIRE OCCORRE UN PROGETTO CREDIBILE

Serviva un punticino e, alla fine, il punticino è arrivato. Il Perugia pareggia 1-1 a Forlì, evita i playout e chiude una stagione disastrosa, probabilmente la più brutta e travagliata dell’ultimo mezzo secolo biancorosso.
Una salvezza arrivata, a dire il vero, con il minimo sindacale, anche nel tratto finale di campionato: nelle ultime nove gare il Grifo ha, infatti, raccolto appena tre vittorie, due fuori casa e una al “Curi”, cinque pareggi e una sconfitta. Numeri sufficienti per tirarsi fuori dai guai, ma non certo per cambiare il giudizio su un’annata vissuta quasi sempre dentro la paura. Sia chiaro, il mezzo miracolo calcistico compiuto da Giovanni Tedesco, Riccardo Gaucci, Walter Novellino e tutto lo staff è assolutamente evidente, ma rimane il senso di delusione e di amarezza per un traguardo non in linea con le aspettative di inizio campionato.
Anche ieri, del resto, la prestazione non è stata esaltante. Il Perugia è partito contratto, lento, impaurito, quasi schiacciato dalla responsabilità del risultato. Il Forlì, già salvo, ma tutt’altro che arrendevole, ha giocato con maggiore leggerezza e ha creato le prime occasioni, costringendo Gemello a tenere in piedi la baracca.
Il primo tempo ha confermato molti dei limiti visti per tutta la stagione: poca qualità nella manovra, scarsa velocità, difficoltà nel rendersi davvero pericolosi e una sensazione costante di fragilità. Una squadra più preoccupata a non sbagliare, che capace di imporre qualcosa.
Ad inizio ripresa la temporanea complicazione. Il Forlì passa avanti con Macrì e per qualche minuto sono riaffiorati i fantasmi di un’annata vissuta sempre sul filo del rasoio. Il Perugia ha, dunque, rischiato di trasformare anche l’ultima giornata in un’altra sofferenza, ma, almeno stavolta, il merito è stato quello di rimanere tranquilli e rimettere in piedi una situazione che, nonostante tutto, sembrava in controllo. Tedesco ha cambiato e dalla panchina è arrivato il gol salvezza: Montevago ha approfittato dell’errore romagnolo e servito Bacchin, lesto a firmare l’1-1. Una rete facile, ma di vitale importanza.
Da lì in avanti si è giocato più con l’orologio che con il pallone. Il Perugia ha portato a casa ciò che serviva, aiutato anche dai risultati che arrivavano dagli altri campi, soprattutto da Arezzo. Poi, al 99’, in una partita molto borderline, la Samb ha completato il quadro, mandando la Torres ai playout e consegnando al Grifo la certezza definitiva della salvezza diretta.
Non una prova di forza, non una prestazione brillante, ma il risultato minimo per uscire dall’incubo.
Il Grifo, dunque, è salvo. Ma sarebbe sbagliato trasformare questa salvezza in una festa senza memoria.
I numeri raccontano tutto: prima vittoria fuori casa arrivata dopo quindici mesi, una sola vittoria al “Curi” nel girone di ritorno, appena quattro successi interni nell’intero campionato e due derby persi in casa, contro Gubbio e Ternana. Basta questo per fotografare una stagione molto sottotono, che la salvezza può rendere meno amara, ma non certo accettabile.
Il Perugia ha evitato il peggio, ma ha chiuso una stagione tecnicamente povera, mentalmente fragile e spesso imbarazzante per rendimento e continuità.
A Giovanni Tedesco va, però, riconosciuto un merito evidente. Al netto di qualche defaillance nelle scelte di formazione, di alcune letture non sempre convincenti e di qualche partita gestita con eccessiva prudenza, il tecnico ha avuto un peso determinante nella salvezza del Perugia.
Quando è arrivato, la squadra ha cambiato registro. Il gruppo ha ritrovato compattezza, ordine, spirito, una mentalità diversa, iniziando a risalire la china con una media da playoff fino alla gara di Guidonia e dando la sensazione di poter uscire in modo anche più netto dalle sabbie mobili della classifica.
Poi è arrivato gennaio. E con gennaio sono arrivati innesti che anche noi avevamo accolto come importanti e di spessore. Per nomi, carriera e qualità individuali, il mercato sembrava, infatti, poter dare al Perugia quel salto di qualità necessario per trasformare, forse, una rincorsa salvezza in qualcosa di più.
Quel salto, però, non c’è stato.
La sconfitta interna contro il Pineto (giunta dopo quella di Piancastagnaio ed il pari, sempre in casa, contro il Carpi) ha segnato, di fatto, un altro passaggio della stagione. Da lì è cominciato un trend più da squadra chiamata a salvarsi, che da formazione pronta a cambiare davvero prospettiva. Numeri utili per tirarsi fuori dai guai, ma non certo per cambiare il giudizio complessivo sull'annata.
Il Perugia ha conservato fino all’ultimo quella mentalità da squadra in lotta per non retrocedere; non ha strafatto, non ha dominato, non ha mai dato la sensazione di poter alzare davvero l'asticella, ma ha avuto pochi tentennamenti e ha portato a casa ciò che serviva.
L’obiettivo, dunque, è stato raggiunto. E, per come si era messa dopo le prime dieci giornate, non era affatto scontato. Anche per questo il merito di Tedesco va riconosciuto senza troppi giri di parole.
Significativa, la scena finale: il Mister acclamato sotto il settore ospiti, mentre alla squadra è stato chiesto di allontanarsi. I tifosi hanno sostenuto il Grifo fino all’ultimo, anche in una stagione di basso livello, ma non hanno dimenticato tutto quello che hanno dovuto sopportare.
Lo stesso Tozzuolo, nel post partita, ha riconosciuto che alla tifoseria non si può recriminare nulla. I sostenitori biancorossi ci sono sempre stati, accompagnando la squadra anche nei momenti più difficili. La reazione finale può essere letta proprio così: sollievo per la salvezza, ma anche amarezza per un’annata che ha lasciato troppe cicatrici.
Oggi Tedesco incontrerà la Società per discutere il proprio futuro. Ma già ieri l’ex capitano ha fatto capire molto. Ha parlato di cuore, di volontà, di fiducia, di sintonia, di progetto. Parole che, lette in controluce, sembrano raccontare una distanza. Come se quell’intesa costruita nei mesi più duri, con le stesse persone con cui si era creato il legame necessario per credere nella salvezza, si fosse in parte incrinata.
Di fatto, Tedesco sembra preparare l’addio. Non lo ha detto apertamente, ma ha fatto capire che per proseguire servirebbe qualcosa di più di un contratto: servirebbe una fiducia piena, reciproca, concreta. E, soprattutto, servirebbe un progetto vero.
Ora la palla passa alla Società, che, però, dovrà essere chiara. Perché dopo due anni chiusi con un undicesimo e un quattordicesimo posto in Serie C, Perugia non può più vivere nell’ambiguità. Sono stati spesi diversi soldi per risanare, è vero, si è parlato anche di quarto monte ingaggi, ma i risultati sono stati pari a zero rispetto alle attese di una piazza che chiedeva soltanto di poter credere in una rinascita. E che, invece, si ritrova ancora una volta dentro la più totale incertezza.
E allora bisogna mettere sul tavolo ciò che serve davvero per disputare un campionato consono alla storia del Perugia. Un campionato serio, competitivo, possibilmente di vertice, privo di quei proclami cui non si può dare seguito, ma anche senza messaggi al ribasso che rimandano ad un mero richiamano alle regole di una corretta responsabilità gestionale.
Tenere sotto controllo i costi fa parte, infatti, di qualsiasi amministrazione oculata, nessuno pretende follie. D'altronde, in Serie C si può vincere anche senza spendere cifre enormi, se si scelgono giocatori giusti, motivati, giovani, funzionali, non nomi a fine corsa. Ma una cosa è contenere i costi dentro un progetto tecnico chiaro, altra cosa è ridimensionare e basta.
Se ci sono troppi costi, servono forze fresche. Se non ci sono più le condizioni, le risorse o la volontà di mantenere fede alle parole dette, allora bisogna dirlo. Perché riportare il Perugia nel calcio che conta cozza con l'abitudine di disputare ogni anno campionati mediocri, anonimi, senza identità e senza ambizione.
Il tutto al di là delle condizioni del presidente Faroni, che, al momento, non conosciamo e per le quali va espresso il massimo rispetto. E al di là anche delle sue vicende giudiziarie in Argentina, che lo coinvolgono in prima persona e che, inevitabilmente, possono aver avuto conseguenze sui piani legati al Perugia. Proprio per questo, però, oggi serve chiarezza.
Ripartire dai giovani può essere un’idea vincente. Il Perugia ne ha: Rondolini, Dottori, Perugini, Vinti, Moro, senza dimenticare Tozzuolo e Stramaccioni e altri ragazzi della Primavera. Ma anche questa scelta deve essere presentata per quello che deve essere, ovvero un progetto serio, tecnico, identitario, costruito con criterio e sostenuto da innesti mirati.
Non uno slogan, perché se l’idea è quella di valorizzare i giovani, costruire una squadra affamata, sostenibile e competitiva, allora se ne può discutere. Ma se l’idea di base è soltanto contenere per stare al passo con i conti, senza pensare agli aspetti tecnici, al gioco, alla crescita e all’ambizione, allora sarebbe meglio passare la mano.
Oggi, in sostanza, è già futuro ed è necessario che sia decisamente migliore.


Per Perugia2005News Alessio Torzuoli

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